Quando è il gruppo a tradurre

La traduzione cooperativa: comprendere insieme, tradurre in parallelo quando serve
La traduzione cooperativa è una modalità di mediazione linguistica nella quale la traduzione non viene necessariamente affidata a una sola persona, ma può essere distribuita tra i partecipanti, mettendo in gioco le diverse competenze linguistiche e comunicative presenti nel gruppo.
Immaginiamo un gruppo nel quale si incontrano persone che parlano italiano, francese, spagnolo e inglese: il formatore parla in italiano, una partecipante riformula in francese, qualcuno aggiunge una precisazione in spagnolo, un’altra persona trova nella propria lingua l’espressione più efficace per chiarire un passaggio. Non è necessario che una sola persona traduca tutto, dall’inizio alla fine: la funzione di mediazione può passare da una persona all’altra, seguendo le esigenze del gruppo.
Ed è proprio qui che sta uno degli aspetti più interessanti della traduzione cooperativa: la comprensione diventa una responsabilità condivisa.
Negli ateliers: la traduzione come parte del processo dialogico
Questa modalità è particolarmente coerente con la situazione degli ateliers e dei laboratori. In questi contesti, infatti, la comunicazione è già caratterizzata da scambi, domande, riformulazioni, confronti, attività pratiche e costruzione collettiva.
Immaginiamo, per esempio, un atelier di Convergence(s) con trenta persone. Il formatore parla per alcuni minuti e poi si ferma. Non necessariamente dice: «Adesso l’interprete traduce». Può invece chiedere: «Chi ha compreso bene questo passaggio? Può restituirlo nella lingua di chi ne ha bisogno?»
Una persona prova a riformulare, un’altra interviene: «Aspetta, secondo me non ha detto proprio questo. Io ho capito che…», e una terza può aggiungere: «Nella mia lingua questa distinzione si potrebbe rendere così…».
In una situazione di questo tipo, la mediazione linguistica diventa parte integrante dell’attività: il significato viene costruito, verificato, negoziato e condiviso attraverso il dialogo.
L’elemento centrale è la riformulazione. Non è indispensabile cercare sempre una traduzione parola per parola; può essere più utile chiedere: «Come lo spiegheresti a una persona che non ha capito?»
La mediazione può allora assumere forme diverse: una traduzione, una parafrasi, una sintesi, una chiarificazione, un esempio, un gesto, un disegno, una parola chiave scritta o una traduzione attraverso una lingua ponte.
L’obiettivo non è necessariamente trovare la traduzione perfetta, ma creare le condizioni perché il gruppo possa costruire una comprensione sufficientemente condivisa.
Anche chi non conosce la lingua utilizzata dal formatore può così contribuire alla comprensione attraverso un esempio, un’immagine, un gesto, una parola nella propria lingua, una domanda, una riformulazione o un collegamento con la propria esperienza.
In altre parole, non partecipiamo alla comprensione solo attraverso ciò che sappiamo tradurre: possiamo mettere in gioco tutto il nostro repertorio comunicativo.
Ma non tutte le situazioni comunicative sono uguali
Questa modalità, tuttavia, non può essere applicata nello stesso modo a tutti i momenti di un incontro.
Se negli ateliers la traduzione cooperativa può essere pienamente integrata nel processo laboratoriale e dialogico, nei momenti di dibattito, nelle testimonianze, nelle relazioni o negli interventi brevi e scanditi da tempi precisi, la situazione cambia.
Qui diventa fondamentale capire esattamente ciò che viene detto e, soprattutto, rispettare i tempi previsti. Non ci si può permettere che la comprensione venga costruita progressivamente attraverso molteplici interventi, perché il rischio è quello di perdere informazioni, modificare il significato dell’intervento o dilatare inevitabilmente i tempi.
In questi casi è quindi necessario ricorrere a una vera e propria traduzione in parallelo.
La traduzione in parallelo non significa abbandonare la dimensione cooperativa: significa piuttosto adattare la cooperazione alle caratteristiche della situazione comunicativa. Il traduttore o la traduttrice deve seguire l’intervento mentre questo avviene, restituendone il contenuto nella lingua necessaria senza interrompere continuamente il flusso comunicativo.
In un dibattito, per esempio, una testimonianza di tre minuti deve poter essere compresa nella sua interezza da chi ascolta in un’altra lingua, senza trasformare quei tre minuti in sei, sette o dieci. La mediazione deve quindi essere precisa, tempestiva e sincronizzata con il discorso originale.
Qui la funzione del traduttore assume una responsabilità diversa: non si tratta principalmente di facilitare una negoziazione collettiva del significato, ma di garantire l’accesso simultaneo al contenuto dell’intervento, mantenendone il più possibile senso, intenzione e ritmo.
Due modalità, una stessa idea di fondo
Possiamo quindi distinguere due modalità che non sono in contraddizione, ma rispondono a esigenze differenti:
- negli ateliers, la traduzione cooperativa può essere parte stessa del processo educativo: si interrompe, si riformula, si chiarisce, si domanda, si verifica, si negozia;
- nei dibattiti e nelle testimonianze, quando è necessario comprendere con precisione e rispettare tempi rigorosi, occorre invece una traduzione in parallelo, che accompagni il discorso mentre viene pronunciato.
La differenza non riguarda quindi il valore attribuito alla cooperazione, ma il modo in cui la cooperazione viene organizzata in rapporto alla situazione comunicativa.
In entrambi i casi rimane però centrale una stessa domanda: come facciamo, tutti insieme, a comprenderci?
Nel laboratorio possiamo rispondere attraverso la circolazione delle lingue, delle riformulazioni, dei gesti, delle immagini e delle esperienze. Nel dibattito possiamo farlo attraverso una traduzione in parallelo che renda possibile a tutti partecipare nello stesso momento alla costruzione dello scambio.
Questa prospettiva si accorda con una visione del plurilinguismo come risorsa. Le diverse lingue presenti nel gruppo non sono semplicemente un problema da risolvere o una barriera da superare: possono diventare strumenti per costruire condizioni di partecipazione e di comprensione condivisa.
E soprattutto nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a parlare una lingua che non padroneggia: ciascuno può contribuire con le risorse linguistiche e comunicative che possiede, scegliendo, a seconda della situazione, il modo più efficace per partecipare.
Forse è proprio questo il passaggio più importante: nella traduzione cooperativa non ci chiediamo soltanto «Chi traduce?», ma piuttosto «Come facciamo, tutti insieme, a comprenderci?»
La risposta, però, può cambiare a seconda del contesto. In un atelier possiamo costruire insieme la comprensione; in un dibattito possiamo aver bisogno di costruire le condizioni perché tutti comprendano nello stesso momento.
In entrambi i casi, la mediazione linguistica smette di essere semplicemente un servizio che qualcuno offre agli altri e diventa una pratica che rende possibile la partecipazione.
IMPORTANTE: al vostro arrivo al Desk di accoglienza segnalate la vostra disponibilità a fare da la TRADUZIONE COOPERATIVA, vi verrà consegnata una spilla di riconoscimento in base alle lingue che indicherete.
Le lingue non sono confini da aggirare: sono ponti da costruire. A volte li costruiamo insieme, passo dopo passo; altre volte abbiamo bisogno che il ponte venga costruito mentre stiamo già attraversando.
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